Philippe Leon, l’esclusiva carriera di un artista

Philippe Leon, compositore, scrittore per i più grandi artisti del panorama musicale italiano, rivolge oggi la propria attenzione ai più giovani. Scopriamo qualcosa in più riguardo la sua carriera, nonché riguardo il suo nuovo progetto grazie ad un'intervista esclusiva.

Philippe Leon

Philippe Leon, grande artista del panorama musicale italiano, ha gentilmente concesso un’esclusiva intervista ai microfoni del XXI Secolo, in merito alla sua nuova iniziativa volta al lancio di giovani artisti.

Prima dell’intervista però ecco una breve nota di presentazione dell’artista.

Philippe nasce nel 1958 in Tunisia, egli è, a partire dal 1993, con l’album “Ufficialmente dispersi”, un collaboratore di Loredanà Bertè, per la quale compone numerose canzoni, tra cui ricordiamo “Amici non ne ho”, Sanremo ’94.
Collabora successivamente con la famiglia Celentano dal 1991, producendo singoli ed album d’esordio per i tre figli dell’acclamato Adriano, per il quale compone la musica della pubblicità per Ferrovie dello Stato quella de “I passi che facciamo”, brano dell’album “Per sempre”, 2002.
Collaborazione duratura è quella con l’amico Luca Rustici, assieme al quale compone per artisti come Mietta, Giorgia e Patty Pravo, fino a giungere al brano “Sono le tre”, composto per Mina e Celentano in occasione del loro album “Le migliori”. Philippe comporrà anche l’ultimo album dei Nomadi.

L’intervista

Di seguito l’esclusiva intervista rilasciataci dal grande Philippe Leon

Chi è Philippe Leon e come le piace definirsi.

«Philippe Leon nasce in Tunisia, canta in chiesa, all’età di 12 anni.

Poi mi sono trasferito a Marsiglia. Lì mio zio aveva un night club, dove è iniziata la mia gavetta. A 14 anni, infatti, mi sono ritrovato in un locale notturno, dove ho continuato a stare fino ai 16 anni. Lì ho visto di tutto, imparato di tutto, capito di tutto. Tre anni dopo ho formato un gruppo, ormai già a Milano, il cui nome corrispondeva anche a quello di un locale, il Tricheco club.

Dal primo locale, quello di partenza, siamo passati a tre locali a corrispondere a questo nome, uno al centro di Milano, un altro dove adesso c’è lo Zelig di Milano, in Viale Monza e un altro al Bowling dei Fiori.

Da noi hanno suonato tutti i più grandi complessi, da Battisti a Battiato, era il 1966. Da lì ho iniziato a lavorare con Augusto Marpelli, con il quale sono andato in America, dove ho presentato un brano in francese, Egalitè, Fraternitè, Libertè, dove criticavo in francese il fatto che noi avessimo regalato agli americano una statua che rappresenta la libertà, mentre loro per visitarla ci fanno pagare. Vinsi il Festival grazie alla mia riconosciuta innovatività. Avevo vent’anni. Da qui parte tutto ciò che ho fatto fino ad oggi, perché seppur all’epoca cantassi, mi resi conto che il mio sogno era quello di fare il compositore, sogno che iniziai a realizzare già all’epoca.

Ad oggi sono felice di ciò, perché ho scritto canzoni e lavorato con i più grandi artisti italiani. Ma non mi sono affatto fermato. C’è in ballo qualcosa di grosso per il prossimo futuro, con uno dei più grandi artisti italiani a livello mondiale.»

Lei è un artista di fama internazionale, ma ci ha rivelato di aver dovuto sostenere una lunga gavetta. Cosa ha significato quest’ultima per lei?

«La gavetta è stata una cosa che mi ha anche molto divertito, nel senso che non stata una cosa particolarmente pesante, perché credo di avere un dono naturale. Il dono naturale di creare, di fare qualcosa, motivo per il quale non ho voluto poi cantare. Stando con i cantanti, mi rendevo conto di quanto fosse pesante la loro vita, ogni sera bisognava cambiare albergo, ad esempio.

Nel lontano ’67 avevo fatto una tournée con Pippo Baudo, anch’egli all’inizio della propria carriera, ci occupavamo della réclame di un prodotto inglese della Yardley London Look, una sorta di new skin. Ogni sera eravamo costretti a dormire in un posto diverso. Questo tipo di vita non mi si addiceva.

Stando poi con alcuni grossi artisti, mi resi conto che questa non sarebbe potuta mai essere la mia vita. Adriano Celentano mi diceva sempre “Beato te, vai dove vuoi, nessuno ti conosce. Nessuno ti ferma il boccone mentre lo stai portando alla bocca per un autografo!”.

Vivendo con loro mi sono reso conto che la mia aspirazione non era per la vita dell’artista, bensì per creare i figli degli artisti, tant’è vero che ho scritto per tutti, per circa una sessantina di artisti famosi.

Adesso mi sono dato all’arte, perché ho capito che gli artisti giovani devono sostenere un’intensa gavetta, perché più passa il tempo, più è difficile inserirsi. C’è davvero bisogno di talento per poter fare questo lavoro, perché la raccomandazione va bene fino ad un certo punto.

Io sono il produttore dei tre figli di Celentano, li ho prodotti tutti e tre io, ma non è successo niente, perché, per l’appunto, sono i figli di Celentano. Non si diventa qualcuno perché si è il figlio di. Per loro è addirittura più difficoltoso. Per questo motivo non ho voluto continuare la mia carriera canora, grazie alla quale avrei potuto guadagnare anche di più. A me non interessava il denaro, perché sono come tutti gli artisti che non hanno bisogno di soldi e non hanno età, hanno solo bisogno di esprimersi, trasmettere emozione. È quello che ho raggiunto secondo il mio punto di vista, sono felice di ciò, per questo non ho bisogno di farmi vedere o di espormi più di tanto. Per questo sono molto restio anche a sottopormi alle interviste. Non appartiene alla mia dimensione.»

Lei è uno scrittore fenomenale, qual è secondo lei la chiave per un buon testo?

«La chiave per un buon testo è trovare uno slogan, uno slogan che possa coinvolgere chiunque, nel senso che, quando ho scritto Amici non ne ho per la Bertè, avevo trovato la frase “Sono sola a casa mia / Che mi faccio compagnia / Io amici non ne ho. È una frase profonda più di tante altre. Io lavoro molto sulle metafore, spesso la gente non capisce cosa io stia scrivendo. C’è anche molto sesso quando io scrivo, senza però essere banale. Io scrivo da poeta, ossia quando scrivo qualcosa spesso la gente non comprende.

Anche tanti cantanti, quando cantano le mie canzoni, spesso non capiscono cosa stiano cantando e ciò mi diverte come un pazzo. La vera arte è la metafora, altrimenti non esisterebbero artisti come Picasso, Dalì, le cui opere sono sottovalutate dalla gente che crede di poterle riprodurre, se non fare di meglio, ma la realtà è un’altra,bisogna concentrarsi sulle emozioni che esse suscitano. Se Miró fa un cerchio, non è mica solo un cerchio!»

Qual è il suo rapporto con il mondo dei giovani artisti?

«I giovani artisti oggi vogliono tutto senza gavetta. Ricordo quando facevamo questo lavoro qui bisognava sostenere anche dieci anni di gavetta, in cui si piangeva, si soffriva.

Oggi invece si utilizzano spesso vie traverse. Ci si sveglia con il desiderio di guadagnare subito. Basta gettare due parole su una base ritmica ed ecco pronto un singolo. Una volta per fare un disco ci voleva un patrimonio, oggi invece la spesa si è drasticamente ridotta ad un centinaio d’euro. Basta reperire una base già pronta su internet per poi cucirle addosso un testo.

Oggi purtroppo questo cambiamento ha ridotto il tal maniera il mondo della musica, ma presto tornerà la grande melodia.

I testi moderni sono orecchiabili e piacevoli da ascoltare, spesso vedo mia figlia ed i miei nipoti ricordare queste canzoni a memoria, seppur io faccia difficoltà a ricordare le mie, quindi va bene anche questo, c’è spazio per tutti nella vita.»

Ha accennato ad un’iniziativa di lancio volta ai giovani artisti. Vuole parlarcene?

«Prima di mancare mia madre mi diceva sempre “Nella vita ti è andata bene, hai raggiunto ciò che volevi. A questo punto devi aiutare, secondo me, le persone che son brave e che non dispongono di molte possibilità”.

È per questo che sono partito, ho aperto un atelier e sto ascoltando e osservando il lavoro di piccoli artisti, con l’intento di metterli insieme per creare delle collettive, per riunire pittori e scultori. Adesso mi sto occupando di Linda Edelhoff che è una scultrice la quale ha avuto un’intuizione da paura, che mi ha colpito in pieno.

Lei ha abbinato il dolore e la fiaba. Il dolore di una donna o di un uomo sottoposto a chemioterapia, lo trasmuta in fiaba, per lanciare un messaggio di speranza.

Ciò mi ha immediatamente affascinato, pertanto ho deciso di investire su di lei, perché questa cosa può divenire mondiale, in tutto il mondo c’è dolore e sofferenza purtroppo, tutto il mondo può sognare di ritrovare l’amore. Ho deciso di darle una mano dove posso, grazie anche all’appoggio di molti miei amici che mi stanno aiutando dove possono, sia con la TV che con giornali, radio, a far conoscere quest’artista.»

Quali sono i progetti per il suo prossimo futuro?

«Come accennavo inizialmente, c’è un grandissimo artista italiano a livello mondiale, che forse canterà una mia canzone molto bella che si chiama I fell alone, mi sento solo. Se dovesse cantare questo pezzo, credo che riuscirei ad aiutare molti più artisti dl previsto. Questa cosa avverrà nel 2020 , quindi in un futuro prossimo, non adesso.

Ciò mi diverte molto perché non avrei mai creduto di riuscire a convincere determinati personaggi, quasi impossibili da convincere, perché ai grandi personaggi, prendiamo ad esempio Paul McCartney, quando devono creare un disco, ricevono migliaia di canzoni. Essere in quella rosa di canzoni scelte, senza peccare di presunzione, vuol dire essere bravo. Se la cosa va bene, si vede che mia madre da lassù mi sta indirizzando bene nel mio progetto. Io credo ci sia una forza soprannaturale che guida, perché altrimenti sarebbe impossibile che io riesca a scrivere un qualcosa che dia emozione soltanto imbracciando la mia chitarra o mettendomi al pianoforte. Nella vita ho scritto per tutti, il mio ultimo disco è stato quello di Mina e Celentano. L’idea che questi due grandi artisti cantassero insieme, ma anche divisi, dei miei pezzi, mi ha fatto molto piacere. Ho composto anche l’ultimo disco di Nomadi. C’è molto lavoro in giro, ma senza idee non si sviluppa nulla. La cosa più importante, come ti dicevo già precedentemente, è lo slogan.

Non ho l’età, non ho l’età / Per amarti non ho l’età, tre parole che fanno il giro del mondo.»

La redazione del XXI Secolo ringrazia il grande maestro Philippe Leon per la disponibilità e la cortesia mostrata nel corso dell’intervista, cogliendo l’occasione per augurare un grande successo al maestro per la propria iniziativa, nonché per la realizzazione dei progetti futuri.

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