Brown: “tata coraggio”.

Scomparso all'età di 62 anni il difensore argentino, protagonista del mondiale vinto insieme a Maradona nel 1986.

Quel minuto 23, in quel 29 giugno del 1986 se lo sarà ricordato per il resto della sua esistenza, purtroppo non lunga come avrebbe meritato. La capocciata, virile e virtuosa dell’1-0, su cross di Burruchaga che dava il vantaggio alla sua Argentina non la scorderanno nemmeno i suoi compagni di squadra e la nazione intera, perchè rese il sogno iridato reale, palpabile, contro un avversario irriducibile, in un mondiale con un nome e cognome ben preciso (Diego Maradona) al quale lui partecipò da protagonista. Josè Luis Brown a quei tempi era un giovanottone che giocava all’Estudiantes di La Plata, di un metro e 85 cm tutta sostanza e coraggio; basti pensare che nella storica finale contro la Germania, finita con un rocambolesco 3-2 -il suo colpo di testa sbloccò il risultato- decise di rimanere in campo, nonostante una lussazione alla spalla che ne limitò -ma nemmeno tanto- il rendimento fino al trionfo del novantesimo. Mondiale a parte il “Tata” (era il suo soprannome) vantava 36 presenze nell’Albiceleste, aveva smesso di giocare nel 1990 e come allenatore era entrato nei ranghi federali argentini da circa sette anni di cui gli ultimi tre, come vice nella nazionale maggiore. Era, oramai da alcuni anni, afflitto da una forma precoce ed aggressiva del morbo di Alzheimer, contro la quale ha lottato con il suo ardore di guerriero e contro la quale ha deposto le armi a soli 62 anni. Tutti hanno manifestato dolore per la sua scomparsa , primo fra tutti il suo capitano di allora, Diego, che su facebook scrive: “Ancora non ci posso credere, perchè sei sempre stato un toro. Ci mancherai molto, Tata. Non sai quanto mi dispiace, fratello. Quelli che hanno goduto della tua amicizia non ti dimenticheranno mai”. E mai lo dimenticheranno tutti coloro che in quella serata tifarono Argentina, napoletani compresi, che esultarono per quella vittoria che regalò il secondo mondiale ai sudamericani bianco celesti; vittoria, che complice la presenza del “pibe”, idolo di Napoli, fu tanto sentita come propria e appartenente alla città del Vesuvio. 

 

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