Mimì Gi, la storia del Centro Direzionale

Mimi Gì, famoso marchio simbolo di qualità nella ristorazione partenopea, racconta la sua storia, strettamente collegata a quella del Centro Direzionale di Napoli. Scopriamo insieme la storia di questo nome.

Via Giovanni Porzio, Isola A3 Centro Direzionale di Napoli, questo l’indirizzo di uno dei locali più longevi della zona, Mimi Gì.

Mimi Gì vede la sua nascita nel lontano 1989.

Figlio dell’esperienza della famiglia Giugliano, già proprietari del ristorante “ Mimi alla ferrovia“, uno dei ristoranti Napoletani più famosi ed apprezzati.

Il XXI Secolo ha voluto intervistare il proprietario del locale, Luigi Cuomo, per rendere nota la loro storia senza eguali, che dai lontani anni ’80 continua a perdurare nei tempi moderni.

L’intervista

Di seguito l’intervista gentilmente concessaci dal Sig. Cuomo:

Da dove nasce l’idea di aprire un locale presso il Centro Direzionale di Napoli?

«Mimi è una storia ultra sessantennale. Avevamo la casa madre, sita a Piazza Garibaldi. Il primo locale nasce nel ’44, nell’immediato dopoguerra, per poi ingrandirsi.

Poi, data l’esistenza di questa nuova zona all’avanguardia, di cui si parlava già da tempo, negli anni ’80, si decise quindi di aprire un altro locale qui. Ciò fu possibile anche grazie alla numerosità della famiglia, che rendeva estremamente facile la gestione di un altro locale.

Inizialmente bastava il rilascio di sole tre licenze di ristorazione, il cui numero è attualmente lievitato a dismisura.

Questo fu un ulteriore spunto ad investire denaro in questa zona anche con i costi elevati degli anni ’80.

C’erano grosse società, c’era la SME, doveva arrivare il Banco di Napoli, la Regione, Telecom, Enel, che possedeva due grattacieli, e tante altre ditte e fabbriche, di cui in questa zona erano allocate le direzioni generali, con la dislocazione dei processi produttivi in altre zone della città.

Negli anni ’90 qui non c’era uno spazio libero, arrivò anche il tribunale, che diede una spinta alla zona limitrofa di Poggioreale. Purtroppo, dopo gli anni ’90, la lenta crisi ha avviato quel processo che ha portato ai risultati odierni.

Il progetto iniziale era molto più ambizioso, ma è rimasto sospeso, dopo trent’anni l’ex mercato ortofrutticolo è ancora nelle stesse condizioni, doveva essere smantellato, creando una nuova zona con allocazioni di nuove aziende.

Attualmente le due torri dell’Enel sono vuote, accanto a noi c’era la Telecom, che, per ridurre i costi, ha spostato le sue unità in diverse zone di sue proprietà.

Nell’ultimo periodo sembra però che ci sia un lento miglioramento, ci auguriamo che esso possa proliferare sempre maggiormente.

Un ulteriore aspetto negativo si manifestò due anni fa, quando la Corte dei Conti ha stabilito che le parti comuni non devono essere più gestite da un consorzio, costituito da tutti gli occupanti del Centro Direzionale, ma dal Comune. Avevamo una flora eccezionale, distruttasi in un paio di mesi, la manutenzione è sempre più carente, ma le tasse non accennano a ridursi.

Non bisogna dimenticare l’aspetto economico, c’è un’inflazione eccezionale, il valore della lira rispetto a quello dell’euro ha subito un abbattimento costante. Non si hanno più unità lavorative con stipendi elevati, si conosce la media attuale dello stipendio di un’unità.

Noi produciamo ancora con prezzi di vent’anni fa, seppur i costi di consumo si siano triplicati, quindi con grosse ristrettezze, che portano allo sviluppo di diverse difficoltà, fallimenti continui.»

Qual è stato l’impatto economico e sociale sul Centro Direzionale di Napoli della sua attività?

«All’inizio decisamente positivo.

Avevamo una capacità produttiva nettamente superiore a quella attuale. Nei primi dieci anni siamo riusciti a contenere ed ammortizzare tutti i nostri costi, cosa attualmente non più fattibile.»

Oggi, invece, qual è l’impatto, più che economico, sociale sul Centro Direzionale di Napoli della sua attività?

«Non c’è più ricambio lavorativo. Vent’anni fa il pensionato poteva lasciare un posto di lavoro ben remunerato a chi arrivava. Oggi la situazione è cambiata nettamente.

Oggi anche i laureati faticano ad arrivare a fine mese con lo stipendio attuale. Non ci sono più quelle grosse unità produttive che facevano da traino. Le maggiori attività trainanti si sono spostate dal Centro Direzionale a causa dei costi elevati d’affitto, di mantenimento e di gestione degli immobili.»

Quanto crede che un’attività come la sua possa sopravvivere nel mondo moderno, qualora venisse avviata oggi?

«C’è un’enorme concorrenza in questo momento.

Prima, in questo fabbricato, avevamo questo tipo di attività solo noi ed un altro, oggi siamo in sette, spesso c’è anche l’attuazione di pratiche illecite.

C’è tutto un complesso normativo che regola queste attività, che spesso però non viene rispettato. Ciò deriva anche dall’impoverimento generale, le persone non possono spendere più come avveniva tempo fa.»

Cosa si augura per la sua attività al giorno d’oggi?

«Io mi auguro, non dico di tornare ai tempi d’oro degli anni ’80, prima che nascesse l’ICI, poi ci fu l’IMU, tutti costi proibitivi per la gestione di un locale. Qui l’effetto lavorativo è concentrato per un’ora al giorno, per cinque giorni alla settimana, mentre prima le varie direzioni permettevano l’allungamento del contesto lavorativo, fino a circa tre ore al giorno.»

La sua attività, come ci diceva, ha una storia ben radicata «Sì, ci sono le altre filiali del gruppo che tirano avanti, qui riusciamo a difenderci alla meglio. »

Un consiglio che lei vorrebbe dare ad un giovane imprenditore che vorrebbe investire in questo settore?

«È difficile dare un consiglio, soprattutto per i costi che ci sono per il mantenimento e la produzione. Oggi poi il lavoro è proprio mutato radicalmente. Non si ha più il pranzo tradizionale di una volta, prima le società pranzavano a seguito delle riunioni di lavoro, ad esempio, riuscendo ad accontentare le diverse direzioni. Attualmente le grosse direzioni non ci sono più, non ci sono più grosse unità, ciò porta anche ad una riduzione del nostro lavoro. Prima venivano effettuati pranzi del costo di milioni di lire, oggi se ne organizzano per 200 euro.

Il proliferare della pizza ha poi portato con sé un concetto sbagliato, ci si illude di risparmiare, di contenere i costi, offrendo così questo piatto piuttosto che altri. Oggi nel Centro Direzionale c’è troppa concorrenza, dal basso.

Ci sono molte attività che sopravvivono poco tempo, per poi andare via o cessare di esistere. Per chi ha investito in proprietà il momento attuale non è florido.»

La redazione del XXI Secolo ringrazia sentitamente per disponibilità e cortesia.

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