L’impresa: crisi economica e di liquidità

Le società commerciali italiane, in particolare quelle che operano con il mercato italiano, loro malgrado nell’ultimo decennio hanno dovuto spostare il centro dell’attenzione sulla sopravvivenza, più che sulla crescita, costrette dagli effetti della crisi globale.

Il primo di questi è stato la naturale selezione del mercato, con la chiusura delle imprese poco organizzate e competitive (crisi quindi dovuta a “fattori interni”), e che invece in momenti di prosperità più facilmente sopportano il loro stato di impresa malata sul piano gestionale.

Passato questo primo effetto fisiologico, il mondo dell’impresa italiano si è imbattuto gradualmente nella gestione dei veri aspetti di una crisi generale, i più importanti dei quali sono:

  • La crisi di liquidità;
  • La crisi economica.

Un’impresa si trova in crisi di liquidità quando i clienti, le cui commesse sono comunque sufficienti a coprire tutti i costi di gestione ed garantire un reddito all’imprenditore, ritardano sempre di più nei pagamenti, generando quella mancanza di liquidità necessaria a far fronte agli impegni presi con i fornitori, di cui l’impresa in questione è cliente, e così via. In gergo tecnico si dice che il cash flow non è sufficiente a far fronte alle spese programmate. Questo meccanismo, dovuto a “fattori esterni” genera in breve tempo l’indebolimento di tutta la filiera produttiva e/o commerciale, dal momento che se una di queste imprese non riesce a far fronte alla crisi finanziaria è costretta a chiudere, contribuendo, tra l’altro, a falsare il mercato in cui ha operato.

In queste circostanze sopravvivono più facilmente le imprese economicamente sane, che quindi hanno accesso al credito bancario. Sopravvivono con minore sofferenza anche le imprese che operano con clienti esteri, i quali hanno mantenuto maggiore puntualità nei pagamenti, nonostante la crisi globale. In buona sostanza, la sopravvivenza da tali rischi esterni è possibile quando i “fattori interni” sono ottimi, vale a dire la capacità dell’imprenditore di cogliere questa tendenza negativa già dai primi lievi segnali, con la conseguente decisione di rivedere tutte le scadenze contrattuali con clienti e fornitori, o in casi estremi a cambiare strategia, optando per un nuovo progetto imprenditoriale.

Un’impresa si trova invece in crisi economica quando i ricavi ormai non sono più sufficienti a garantire la copertura dei costi di gestione. A questo punto il bilancio della società comincia ad evidenziare le prime perdite, e l’imprenditore deve cercare di intuire se tale situazione è momentanea. In particolare, se la prima perdita conseguita è superiore ad un terzo del capitale sociale, ma entro comunque il minimo legale, l’imprenditore deve redigere una relazione sulla situazione patrimoniale della società, da sottoporre ai soci in Assemblea.

Questi ultimi, sulla base delle osservazioni dell’amministratore sul carattere momentaneo o meno della crisi economica, possono decidere di riportare la perdita al nuovo esercizio, confidando in un futuro riassorbimento, oppure optare per una riduzione, facoltativa, del capitale sociale. Tale riduzione diventa invece obbligatoria, e per l’intero importo della perdita, se nell’esercizio successivo il riassorbimento non si è verificato.

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