Le parole di Papa Francesco ai detenuti di Poggioreale

“Gesù in cella con i detenuti”, furono le parole di Papa Francesco in occasione della sua visita a Napoli nel carcere di Poggioreale.

Quel Gesù che però esce dalla cella, pardon “camera di pernottamento” in occasione della Santa Pasqua; quel Gesù in croce, portato in spalla dai detenuti.

Capita allora che grazie al tuo testo “Il Capocella”, Don Franco Esposito, Direttore della Pastorale carceraria, t’invita alla Via Crucis.

Varchi per la prima volta la soglia del carcere, consegni i documenti, ascolti le raccomandazioni degli agenti di Polizia Penitenziaria e, dopo ogni cancello che si richiude alle tue spalle, provocandoti un apprezzabile stato di ansia, ti ritrovi nel cortile al di qua del muro che sempre da ragazzo hai osservato al di là.

L’emozione è forte, osservi la Croce che lentamente si muove tra i vicoli dei padiglioni.

Detenuti, gente libera, agenti di Polizia Penitenziaria in un tutt’uno che ha il sapore della vera umanità, s’incamminano per seguirla.

Nel corteo, sfilano madri di figli uccisi per errore, il segnale è forte e carico di speranza; chi ha subito una violenza, passeggia accanto a chi di violenza ha vissuto; tutti amorevolmente.

L’ennesimo miracolo dell’unico vero rivoluzionario del quale abbia sentito parlare, un uomo che regala amore, ricevendo in cambio la morte. Assurdo!

A ogni “Stazione”, alcuni detenuti commentano e si pentono del loro sbagliate azioni, sottolineando ed invitando la gente a non relegarli nell’inferno dello scarto umano.

Condivido, non è giusto.

La vera vittoria di un’intera collettività sta nel recupero di chi sbaglia, non nel perseguire una collettiva vendetta. La vendetta immediatamente proietta gli uomini in ciò che si può definire una sorta di “criminalità sociale”; anche questo è un reato.

E Gesù va, soddisfatto.

Il primo sole primaverile, scalda il muro di cinta e non solo, le “mezze maniche” mostrano svariati tatuaggi, ma quello più incisivo è nello sguardo dei detenuti, sorridenti per il solo fatto di non sentirsi emarginati. Pensi “siamo uguali” ed è proprio così, “abbiamo scelto strade differenti” ma,

il sangue di un detenuto è rosso come il tuo, rosso come l’ultima goccia che cadendo dal costato del Cristo, irrigò il mondo di Santità e speranza; quella speranza che si ferma davanti al padiglione San Paolo che ospita gli ammalati e, riparte ancora più palpabile.

Nel lento andare osservi ciò che ti circonda, lo sguardo si ferma alle sbarre sulle finestre, s’intravedono fili di non so cosa, dai quali pendono indumenti in attesa della pelle detentiva, “qualche” brivido ti attraversa la schiena, per poi rivelarsi ancora più energico, quando il Cristo entra nella splendida chiesa all’interno del carcere.

Parlano le madri, vittime di violenza, osservi la Croce e Cristo sembra sorridere, ovviamente non solo a te, quando l’intera comunità si alza in piedi ad applaudirle per interminabili minuti.

“Cercate il dialogo” Lui dice, attraverso la voce di don Tonino Palmese e don Franco Esposito, è stato proprio così, la Via Crucis del dialogo. Il battere di mani anticipa un ritornello che ormai in pianta stabile s’aggira nelle anime dei detenuti.

“Ogni juorn’ j voglio sta cu Te, tu m’he dato ‘a vita he salvat’ pure a me;

si Tu me staje vicino j nun me sento sul’, si stong’ ‘nzieme a te, niente me fa’ paura”

Il Cristo sembra staccare le mani dalla Croce e applaudire, non è pazzia immaginare di renderlo felice.

Alla fine si ritorna al di là del muro attraversando i cancelli a ritroso.

Nella mente sono impressi i volti di qualche detenuto che durante il corteo ti era accanto, rigorosamente in tuta e scarpe ginniche, speri un giorno di vederlo, in qualunque posto ma non lì.

Ritiri il documento, ringrazi e varcata nuovamente la soglia, il mondo fuori ti appare già “strano”.

Pensi a chi invece è rimasto lì, nella speranza di essere considerato non per quello che ha commesso, ma per quello che è; basando la propria speranza sull’operato di uomini e associazioni, le cui azioni li relega ne giusto posto: tra il genere umano.

Ti ricordi di Samuele Ciambriello il Garante dei diritti dei detenuti che durante il corteo ti ha sorriso e stretto le mani, di Carmine Uccello Presidente dell’associazione di volontariato “Il Carcere Vivo”,

che presta appunto la sua opera di volontariato all’interno del carcere, di Carmela Esposito Presidente dell’associazione Onlus “Gioco di Squadra” che si occupa di prevenzione, nel senso che è meglio anticipare un reato e il muro di cinta, piuttosto che operare poi; concordo.

Allora pensi che nelle scuole si potrebbe inserire una fondamentale materia: “La legalità” renderla ufficiale e non diffonderla basandosi soltanto sulle iniziative dei privati.

Addirittura si potrebbero organizzare visite nel carcere, affinché i giovani possano rendersi conto, non so se questo accade, ma se non accade, mi diranno che sono pazzo. “Io o voi”?

Preziosa è l’opera di Pietro Ioia, attivista per i diritti dei detenuti che, attraverso il suo testo “la Cella Zero”, racconta di inaudite e personali torture; questo non è consentito.

Così pensando arrivi all’auto per far ritorno a casa.

Dalla radio, a conclusione di quanto hai vissuto e con uno stato d’animo indefinibile, giunge la notizia che il detenuto responsabile dell’uccisione della grande Ilaria Alpi e il suo collaboratore, sarà risarcito per “Ingiusta detenzione”.

La mente si blocca letteralmente, ascoltando di 17 anni di detenzione da innocente.

Ritornano in mente le immagini di ciò che hai vissuto attimi prima.

Quale risarcimento? Ti chiedi, non esiste alcun risarcimento, ti rispondi.

Un giorno di libertà non ha prezzo se non quello di un giorno in Paradiso.

I clacson delle auto in fila alla tua, strimpellano, è “verde” da un po’, qualcuno ti sorpassa “Ma a chi ca…bip…stai pensann’?. Riparti, pensando alla lapide nel carcere di Poggioreale in onore di Giuseppe Salvia; “Dialogo, non violenza”, questo dovrebbe il “Credo” nella vita di ogni uomo.

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