La religione tra realtà e definizione

Dicesi religione quell’insieme di credenze, vissuti, riti i quali coinvolgono l’essere umano nell’esperienza del sacro, in modo speciale con la divinità, oppure tutto quell’insieme di contenuti, riti, rappresentazioni che entrano a far parte di un determinato culto religioso.

Così viene comunemente definita la religione al giorno d’oggi, ma bisogna tenere presente che il concetto di religione non può essere astrattamente definito, ossia esso non esiste al di fuori di una posizione culturale storicamente determinata e di un riferimento a determinate formazioni storiche.

Esiste oggi una vera e propria disciplina che si occupa dello studio delle “religioni”, definita “Scienza delle religioni”, mentre alla “Storia delle religioni” è affidato lo studio del decorso storico delle singole credenze.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di avere un quadro completo riguardo il concetto di religione.

In primo luogo bisogna ricordare che il termine religione deriva dal latino relìgio, la cui etimologia non è del tutto chiara.

Il primo autore a proporre un significato, etimologicamente parlando, collegato all’attenzione nei confronti di ciò che riguardava gli dèi, con una prima vera e propria definizione del termine religio, fu Marco Tullio Cicerone, secondo il quale, la parola originerebbe dal verbo relegere, inteso come “ripercorrere” o “rileggere“. Egli intese una completa riconsiderazione di quanto riguarda il culto degli dèi. A criticare la definizione di religio ciceroniana fu Lattanzio, apologeta cristiano, il quale ritenne che questo termine fosse riferito al “legame” che intercorre tra l’uomo e la divinità.

Lucrezio, successivamente, fece invece derivare religio dalla radice di re-ligare, nel significato, del tutto simile a quello del già citato Lattanzio, dei legami che uniscono gli uomini a certe pratiche,  suddetta definizione fu accettata anche da Servio, che la intese però con il significato di legarsi nei confronti degli dei.

Secondo l’analisi Michael von Albrecht, da essa Lucrezio derivò un’accezione negativa, della quale risulta emblematica l’espressione religione refrenatus, ad indicare le inibizioni al pensiero filosofico causate dal paganesimo; l’uomo viene trattenuto. Egli tratta inoltre spesso di “nodi stretti” della religio, dai quali solamente Epicuro avrebbe liberato l’umanità.

Analogo significato è quello attribuitogli dallo storico greco Polibio, che vede nella religione, con particolare riguardo alla tradizione dei Romani, un instrumentum regni.

Il senso dato da Lattanzio venne tuttavia ripreso anche da Agostino d’Ippona, che correggendo Cicerone sostenne “con questo vincolo di pietà siamo stretti e legati (religati) a Dio: da ciò prese nome religio, e non secondo l’interpretazione di Cicerone, da relegendo.”

Lo studioso contemporaneo Luigi Alici ha ulteriormente confrontato la lettura etimologica offerta da Agostino in De civitate Dei, che si rifà a Cicerone, con quella offerta da Lattanzio, il quale “preferisce insistere sull’idea primitiva di ‘ciò che lega’ di fronte agli dèi”, affermando che “tale legame sarebbe pure indicato dall’uso simbolico delle vitae, cioè delle bende con cui si coprivano il capo i sacerdoti”

Le analisi non si fermarono affatto, proseguendo attraverso i vari studiosi, come ad esempio Enrico Montanari, secondo il quale l’origine del termine “religione” è da ricercarsi nella coppia dei termini religere/relegere nel senso di “raccogliere nuovamente”, “rileggere”, “osservare con scrupolo e coscienziosità l’esecuzione di un atto”.

Furono solamente i primi teologi cristiani, nel IV secolo, a rovesciarne il significato originario per collegarlo al nuovo credo.

La nozione di “religione” è però ancora oggi problematica e dibattuta.

Da un punto di vista fenomenologico-religioso il termine “religione” risulta strettamente collegato alla nozione di sacro. Come afferma Julien Ries, la religione per l’uomo risulta essere la percezione di un “totalmente Altro”, a cui consegue la nascita di un’esperienza del sacro che porta ad a un comportamento sui generis.

Questa esperienza, non riconducibile ad altre, caratterizza l’homo religiosus delle diverse culture storiche dell’umanità.

Secondo Ries ogni religione risulta essere inseparabile dall’homo religiosus. La religione è infatti il filtro attraverso cui l’uomo cerca una spiegazione del proprio destino, il quale conduce a un comportamento che attraverso miti, riti e simboli attualizza l’esperienza del sacro.

Da un punto di vista storico-religioso, invece, la “nozione” di “religione” è esplicazione del proprio intercedere nella storia.

Giovanni Filoramo afferma che “Ogni tentativo di definire il concetto di “religione”, circoscrivendo l’area semantica che esso comprende, non può prescindere dalla constatazione che esso, al pari di altri concetti fondamentali e generali della storia delle religioni e della scienza della religione, ha una origine storica precisa e suoi peculiari sviluppi, che ne condizionano l’estensione e l’utilizzo. […] Considerata questa prospettiva, la definizione della “religione” è per sua natura operativa e non reale: essa, cioè, non persegue lo scopo di cogliere la “realtà” della religione, ma di definire in modo provvisorio, come work in progress, che cosa sia “religione” in quelle società e in quelle tradizioni oggetto di indagine e che si differenziano nei loro esiti e nelle loro manifestazioni dai modi a noi abituali.”

Dal punto di vista antropologico-religioso essa corrisponde alla sua manifestazione nella cultura, pur non essendo possibile definire un criterio univoco per distinguere i sistemi religiosi da quelli non religiosi nel vasto repertorio delle culture umane.

La religione è quindi un fenomeno complesso, che necessita uno studio attraverso molteplici procedure.La definizione moderna del termine “religione” è ancora quindi problematica e controversa.

Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804-1872) sosteneva che: la religione consiste di idee e valori prodotti dagli esseri umani, erroneamente proiettati su forze e personificazioni divine. Dio sarebbe quindi la costruzione di un Super uomo (uomo potenziato con attribuiti ideali dati dall’uomo stesso). È una forma di Alienazione (che non ha lo stesso significato attribuito da Marx), in quanto la religione estranea l’uomo da sé stesso facendogli credere di non essere in prima persona: l’uomo è sottomesso da sé stesso. La religione si trova ad essere dunque un rifugio dell’uomo di fronte alla durezza della realtà quotidiana.

Karl Marx (1818-1883) affermò che: la Religione è «il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, così come è lo spirito d’una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio dei popoli».

Secondo la visione attenta di Max Weber, studioso del ‘900, “le Religioni mondiali sarebbero capaci di raccogliere vaste masse di credenti e di influenzare il corso della storia universale”.

Weber non crede infatti che la religione sia una forza conservatrice, ma che essa possa provocare enormi trasformazioni sociali, influendo sulla vita sociale ed economica.

L’esempio riportato riguarda il Puritanesimo e il protestantesimo, le quali furono all’origine del modo di pensare capitalistico. Egli discusse a lungo riguardo l’influenza del cristianesimo sulla storia dell’Occidente moderno, scoprendo l’effettività del suo pensiero.

Alcune religioni sono caratterizzate da un ascetismo ultramondano, che privilegia la fuga dai problemi terreni e che distoglie gli sforzi dallo sviluppo economico.

Tuttavia, Weber individua nel cristianesimo una religione di salvezza perché nasce ed è incentrata sulla convinzione che gli esseri umani possano essere salvati qualora scegliessero la fede e seguissero le sue prescrizioni morali.

Le religioni di salvezza hanno quindi un aspetto rivoluzionario, esse sono cioè caratterizzate da un ascetismo intramondano, spirito religioso che premia e privilegia la condotta virtuosa in questo mondo.

Le religioni asiatiche risultavano invece passive rispetto quanto accade nel mondo.

Interessante è, in ultimo, l’analisi proposta da Marcel Gauchet nel 1985. Lo storico-filosofo francese afferma che la religione non è né una tensione individuale verso il trascendente, né una costruzione funzionale alla giustificazione del potere.

Secondo lui, la religione va intesa, in prospettiva storico-antropologica, come modo particolare di strutturazione dello spazio sociale e umano.

Egli individua in particolare la forma più pura di religione negli animismi, caratteristici delle società dove la legge viene fatta risalire a un tempo remoto e a forze lontane dal presente.

In questo modo nessun membro della società può rivendicare un rapporto privilegiato con il trascendente.

La nascita separata del potere è indisgiungibile da una trasformazione della religione, il mondo terreno e la realtà trascendente entrano in rapporto.

La religione, che puramente risulta essere disinnescamento totale dell’instabilità sociale, si apre a ciò che Gauchet definisce l’uscita dalla religione.

 

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Giornalista pubblicista, nonché studente universitario iscritto alla facoltà di Lettere Moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II

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