Intervista alla fotografa Julia Valet

La fotografa Julia Valet in mostra al Castel dell'Ovo, nell'ambito del progetto MoovArt 2019

Talento nostrano, un’anima dalle molteplici sfaccettature. Dal teatro alla poesia, sino ad arrivare alla fotografia. L’esperienza artistica di Julia Valet attraversa vari mondi stabilendo e rivalutando la  relazione con lo strumento tecnologico, in un modo del tutto originale.
Una fotografia che scarnifica i modelli della perfezione socialmente accettata. Scatti di impatto che superano talvolta il concreto realismo raggiungendo volutamente atmosfere più rarefatte e inevitabilmente oniriche. Il buio e la luce si fondono, moltiplicando l’emozione di chi osserva o è osservato  a sua volta  dalla stessa artista.
-Chi è Julia Valet?
<<Prima di Julia Valet c’è la persona che è costretta a vivere in questa società, Julia Valet è nata affinché l’altra potesse vivere meglio, convivo con questo alter ego o viceversa da qualche anno e ci sto bene perché pensa e fa tutto quello che l’altra non farebbe mai. Parlare comunque di se stessi è come prostituirsi quindi resto volentieri nei panni di Julia Valet e lascio parlare lei.>>
Dai tuoi scatti sembra emergere un’urgenza. Una necessità all’espressione a 360°. Ma come nasce la passione per la fotografia?
<<La passione in generale nasce appunto da un’ urgenza, da qualcosa che vuoi toccare e possedere. Fin da adolescente io ho sempre visto il mondo intorno a me in modo “strano” quando mi trovavo in un posto fotografavo visivamente ogni cosa e poi per il resto della vita avrei avuto quello scatto nella mia mente, quei posti ancora li vedo quando chiudo gli occhi. Oggi invece li fotografo ed esistono anche materialmente.>>
-Tendiamo oggi ad avere un rapporto piuttosto ambiguo con la tecnologia: ce ne serviamo ossessivamente, ma la rifiutiamo allo stesso tempo. La tua invece è una rivalutazione dello strumento, in che modo gli hai conferito valore? <<Il cellulare è parte di noi è un’estensione ormai che ci piaccia o no, e chi dice che non è così mente, nessuno rifiuta la tecnologia anzi tutti la cercano la desiderano, basta pensare che spesso la prima domanda che si fa entrati in un luogo pubblico o a casa di un amico è “c’è il Wi-Fi?” Nessuno vuole restare fuori nessuno abbiamo necessità di mostrare e catalogare i posti, i cibi e le persone, io voglio soltanto fotografare quei momenti, quella luce, quell’ odore che sicuramente non ritroverò mai più anche solo il giorno dopo.>>
– La tua fotografia , non è solo urbana. Ma cattura spesso e volentieri anche vari tipi umani. Cosa attira di più la tua attenzione quando scatti?
<<Ho un rapporto piuttosto strano con gli esseri umani così come con i posti. In generale amo gli scenari cupi, posti al limite dell’abbandono passando per paesaggi di mare felici e malinconici insieme . Con le persone avviene più o meno lo stesso, tendo a voler immortalare persone a me care con cui c’è un legame oppure fotografo me stessa un po’ per vanità un po’ perché ho una forte necessità di esprimere  come sono, mostrandomi in scatti dai colori scuri che risaltano la mia personalità tendenzialmente dark-romantica.>>
– Ci sono modelli cui ti ispiri?
<<Cindy Sherman è sicuramente una delle mie preferite lei è famosa per i suoi autoritratti concettuali, eccentrica e sicuramente singolare. Poi c’è la mia ossessione Andy Warhol. Su di lui penso che non ci sia bisogno di chiedere perché.>>
– Può la fotografia, essere una forma di poesia istantanea?
<<La fotografia può essere qualunque cosa si voglia, una parolaccia, una poesia, un trattato, un poema. La fotografia può arrivare più lontano delle parole. Chi guarda una foto ad esempio di una spiaggia magnifica per un po’ si immaginerà a camminare li su quella sabbia…chi osserva un volto si chiederà magari cosa stesse pensando in quel momento il soggetto oppure, chissà come si chiama. La fotografia non può parlare né scrivere, ma sa come scavare.>>
-C’è un legame tra la tua fotografia e le altre forme d’arte?
<< io non credo di essere all’altezza per parlare di arte, è come chiedersi cosa diavolo ci fosse prima del Big Bang, non possiamo saperlo, l’arte nessuno sa cos’è esattamente, ma c’è chi la riconosce e la ama. La fotografia fa parte della musica, ma anche dei film, la fotografia è stata creata affinché sostituisca la nostra memoria. Quel momento non tornerà più, unico e irripetibile. Quindi si la fotografia credo sia il collante che tiene su questo grosso scheletro che in molti chiamano arte, qualunque essa sia. La fotografia è l’unica forma d’arte che oggi è alla portata di tutti grazie ai cellulari appunto.>>
– Attualmente siamo un po’ tutti alla mercé di modelli che spesso ci obbligano a soddfisfare una certa aspettativa alla perfezione. Cosa pensi di questo spasmodico desiderio? Esiste realmente qualcosa di perfetto cui assurgere?
<<No. La perfezione non esiste. Esiste un modo di vedere e percepire le cose che cambia da persona a persona in base al carattere e anche alle esperienze di vita, ognuno ha la sua visione personale delle cose. Io ad esempio amo immortalare posti, persone o oggetti oscuri, che possono trasmettere inquietudine, come le foto che proporrò in mostra .>>
– Secondo te la fotografia, può avere una valenza sociale? <<Assolutamente si, la fotografia più racchiudere in se un intero secolo, senza una parola. In una foto puoi far capire perfettamente in che momento storico, sociale e politico sei .>>
– Esporrai alla mostra del Castel dell’Ovo a partire del 4 Maggio, parlaci di questa esperienza.
<<La Fondazione Amedeo Modigliani presenterà l’esposizione collettiva “Moovartists 2019” che si terrà a Napoli, Castel dell’Ovo, dal 4 al 7 maggio 2019.
Esporranno 60 artisti emergenti e professionisti internazionali, io porterò due miei scatti.>>
– Se avessi la possibilità di immortalare qualcosa di impossibile, cosa fotograferesti?
<<Beh, la nascita di un’emozione o di una lacrima, il tutto visto dall’interno del corpo umano. Questo sarebbe per me lo scatto Perfetto.>>
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