Intervista al maestro di Dharma Antonello Marzocchella

Il fascino della cultura orientale

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Il fascino della cultura orientale ha sempre giocato un ruolo assai rilevante sugli individui, soprattutto nella società occidentale, basata su principi di consumo, frenesia, alla perdita di contatto con la natura e l’essenza delle cose. Un modo di vivere che non lascia spazio a momenti di ricerca interiore. Per l’uomo occidentale il Buddhismo sembra quasi essere un’oasi nel deserto. Ma questa spasmodica ricerca al benessere rischia di creare spesso e volentieri grande confusione nell’approccio alle molteplici discipline orientali.

Antonello Marzocchella insegnante di Dharma e Meditazione nell’ambito della tradizione buddhista Mahamudra-Dzogchen di origine tibetana, ci racconta della sua esperienza non solo spirituale, ma anche come acuto e appassionato osservatore della realtà della mente a 360°.

Nel suo caso, cosa vuol dire essere Maestro di Dharma ? La parola Dharma cosa vuol dire?
«Il Dharma è la realtà. In sanscrito il termine Dharma vuole dire realtà. I dharma sono i fenomeni, tutto ciò che è sperimentabile e percepibile dalla nostra mente. Il termine Dharma in ambito buddhista designa in particolare l’insegnamento del Buddha su ciò che è reale, su ciò che è, così com’è. Il Dharma è la via del Buddha, il sentiero che il Buddha ha percorso ed insegnato. Buddha vuole dire “sveglio”, “risvegliato”. Il Buddha è un uomo che si è risvegliato. Il suo insegnamento porta al risveglio, all’aprire gli occhi, i sensi e la mente su ciò che siamo davvero, sulla realtà così com’è, al di là delle illusioni dell’ego, delle distorsioni della coscienza dualista e della percezione condizionata da concetti ed abitudini.
Essere svegli significa guardare il mondo per ciò che è, senza filtri concettuali o ideologici, significa comprendere la nostra reale natura cognitiva, significa saper distinguere ciò che crediamo di essere, la storia che raccontiamo a noi stessi, da ciò che siamo in realtà.

Insegnare il Dharma oggi significa insegnare a sperimentare direttamente la realtà. Significa insegnare una via per liberarsi da illusioni ed abitudini dannose, da concetti e comportamenti auto sabotanti e nevrotici. Significa insegnare a guardare in profondità in sé stessi, riconoscere ed accettare totalmente, senza alcuna riserva, ciò che si è e a lasciar andare tutto ciò che non è essenziale. Il Dharma è una via di conoscenza, di liberazione e di guarigione profonda. Praticare il Dharma significa imparare a riconoscere la nostra natura fondamentalmente sana, vitale e libera, la nostra essenza cognitiva, lucida, aperta, sensibile ed empatica. Il Dharma ci aiuta a comprendere che siamo parte di una rete più ampia.
Se dovessi sintetizzare in poche parole l’essenza del buddhismo utilizzerei una frase che è anche alla base del pensiero scientifico, filosofico e spirituale dell’occidente: “Conosci te stesso e compi ciò che ti è proprio!” Essere un buon insegnante, oggi come allora, significa fornire i propri allievi del software mentale necessario per riconoscere e realizzare sé stessi e compiere ciò è proprio di ognuno.»

Qual è stato il suo primo approccio al Buddhismo? C’è stato un evento particolare che l’ha portata ad avviare tale ricerca?
«Non un evento singolo. Nel mio caso è stato piuttosto un processo graduale. La mia ricerca è iniziata precocemente, con domande che non trovavano risposta. Da ragazzino, tra i 9 e i 12 anni, la morte di alcuni dei miei parenti e la mia innata curiosità, mi spingevano ad indagare sul senso della vita e della morte, sullo scopo della mia stessa esistenza, sulla insensatezza di ogni cosa alla luce della possibilità, per me incomprensibile, della mia stessa morte. Le risposte che ottenevo dai miei genitori, da preti e sacerdoti, dai miei insegnanti, non erano per me soddisfacenti, anzi sollevavano in me altri dubbi, alimentavano il senso di angoscia che provavo e consolidavano in me la certezza che le risposte che ricevevo non erano né adeguate, né adattabili alla mia ricerca. Così ho iniziato a studiare direttamente dalle fonti. In primo luogo ho cercato nei vangeli e nella Bibbia, leggendo e studiando avidamente ogni cosa, ma alla fine ho scoperto che le risposte alle mie domande non erano lì. Il rapporto con il sacro e con Dio, così come era proposto dalla religione cristiana non era valido per me, semplicemente sentivo che non era la mia via. La mia ricerca mi spingeva in altre direzioni. Allora mi sono liberato completamente dall’idea di Dio e di ogni altra entità sacra. Mi sono rivolto alla filosofia, alla psicologia ed alla scienza occidentale. Ho imparato tante cose su me stesso, sul mondo e sulla mia stessa mente. Il metodo scientifico e razionale occidentale appagava la mia sete di conoscenza, tuttavia non mi permetteva di comprendere e vivere pienamente aspetti “non razionali” della mia personalità, che mio malgrado esistevano. Insomma la natura “sacra” del mio essere reclamava diritto di parola e di esistenza. Così sono approdato alle discipline, filosofie e religioni “orientali”. Ho praticato le arti marziali, lo yoga e la meditazione. Ho iniziato a studiare soprattutto il taoismo ed il buddhismo. All’inizio l’approccio è stato distaccato e scientifico, poi qualcosa è cambiato in me, mi sono accorto che non ero più solo uno studioso ed un praticante, ma l’insegnamento del Buddha risuonava perfettamente in me, faceva vibrare le corde più profonde del mio essere, del mio stesso corpo, della mia stessa mente. Ad un certo punto, di fronte all’esperienza nuda le mie domande sono evaporate lasciando spazio unicamente al silenzio ed all’apertura nell’esperienza. La visione e la pratica della Via del Buddha si sono adattate perfettamente alla mia visione ed alla mia vita. La Via del Buddha è diventata la mia ricerca, la mia via al risveglio.»

Lei fa riferimento ad un tipo di Buddhismo di Lignaggio tibetano. Quali sono le eventuali differenze con tutti gli altri?
«Il termine lignaggio si riferisce ad una tradizione, ad una scuola, ad una pedagogia, ad una linea ininterrotta di trasmissione dell’insegnamento che risale al Buddha, vissuto circa 2500 anni fa, e giunta fino a noi. Una tradizione orale sussurrata all’orecchio da maestro ad allievo, da cuore a cuore, da mente a mente, da amico spirituale ad amico spirituale.
Ogni tradizione autentica si rifà all’insegnamento del Buddha. L’essenza di questo insegnamento, integra ed inalterata, è il cuore di ogni tradizione buddhista. Le differenze, anche molto vistose, tra una scuola ed un’altra, sono solo questione di pedagogia e di stile culturale.»

Quanto è importante nel contesto sociale e politico odierno, avviare un percorso di ricerca interiore?
«È essenziale, fondamentale, in ogni contesto ed in ogni tempo, ma in periodi di cambiamenti, anche drastici come questo, diventa ancora più importante e vitale.
La ricerca interiore è alla base della realizzazione e del benessere individuale, ma persone più felici, gentili e consapevoli, più empatiche e sagge, possono essere una risorsa enorme anche per le loro comunità e per la società tutta. Persone con una mentalità più aperta possono cogliere più facilmente di altri le opportunità di cambiamento ed individuare le migliori strategie adattive, fondamentali in una società in costante mutamento.
L’allenamento alla ricettività ed all’empatia che derivano dall’abitudine alla contemplazione possono rendere le persone più calme anche in situazioni drammatiche e soprattutto più adatte e disponibili a lavorare per il bene comune, per la “res publica”, per il benessere collettivo. Persone ad alta empatia sono sempre un sostegno ed un aiuto per tutti gli altri. Inoltre più i singoli individui sono “svegli”, consapevoli ed empatici, più sono possibili forme organizzative ed auto-organizzative ad alti livelli di intelligenza collettiva. Questo rende più probabile fenomeni di “massa” critica che favoriscono l’emergere di nuove configurazioni sociali, politiche ed economiche, orientate dal basso verso l’alto, tipo bottom-up, cioè fenomeni che partono dal basso ma che possono avere un impatto anche grande sull’intero sistema sociale. Infine ogni evoluzione, ri-evoluzione o rivoluzione sociale, parte sempre dalla mente degli individui. Individui evoluti sono cittadini evoluti e cittadini migliori rendono anche le società a cui appartengono migliori.»

È possibile secondo lei, differenziare il concetto di religione da quello di spiritualità?
«Più che tentare di fare una distinzione tra religione e spiritualità, trovo molto più proficuo distinguere tra religione ed ideologia religiosa, tra spiritualità e ideologia spirituale. L’esperienza sacra è il cuore vivo e pulsante di ogni religione autentica e di ogni forma di spiritualità. Immergersi in questa esperienza, lasciar dissolvere i confini del proprio ego, disciogliersi nel sacro, superare la dualità e recuperare l’unità perduta è lo scopo fondante di ogni religione, la meta finale della spiritualità. L’esperienza sacra è al di là dell’intelletto, al di là dell’ego, al di là dei concetti e di ogni dualità, se ne può fare l’esperienza nel silenzio e nel profondo di sé, ma le parole sono del tutto inadeguate a descriverla. Quando religione e spiritualità si trasformano in ideologia, mancano il loro scopo fondante, diventano aggreganti sociali e, come ogni altra forma di ideologia, possono essere potenti forze sociali di aggregazione e solidarietà, oppure diventare strumenti di dominio, di fede cieca, di divisione, di intolleranza, di odio, di violenza e di conflitto. L’esperienza del sacro unisce, ma l’ideologia del sacro divide. Detto questo, penso che entrambe i concetti, almeno nel caso del buddhismo, siano più o meno inappropriati.
Anche se storicamente il buddhismo ha assunto la forma, l’apparenza, di religione, con forme organizzative religiose, monastiche, o di credenza popolare non dissimili da altre, è bene specificare che, nella sua essenza, il Buddhismo può essere inteso come religione solo nel senso di legame con il sacro, con la sfera sacra che ogni individuo condivide con tutto il vivente. Non c’è infatti nel buddhismo nessun riferimento a Dio o ad alcuna entità né individuale né divina. Non c’è Dio, non c’è anima, non ci sono profeti, né verità rivelate, non ci sono dogmi, ne articoli di fede. Non è richiesto al praticante di essere né un fedele, né un credente. C’è solo una via agnostica di liberazione e ricerca da percorrere, una via dall’illusione alla realtà, dal malessere al benessere, dall’attaccamento egoistico all’empatia.
Il Buddha stesso non era un dio, ma un uomo, aveva una natura umana come tutti noi.
Insomma il Buddhismo si profila più come una scienza interiore che una religione, più come una scienza del reale, un’arte di vivere pragmatica e sperimentale, che una forma di credenza o di fede religiosa.
D’altra parte anche il termine “spirituale” è difficilmente adattabile alla via del Buddha. Anche se per certi versi il buddhismo può essere visto come una sorta di spiritualità laica, libera, agnostica e a-dogmatica, è molto distante da sincretismi religiosi o spiritualità fai da te in stile new age.
In effetti, la Via del Buddha non è spirituale più di quanto non sia corporale. Nel buddhismo non esistono divisioni nette, di tipo bipolare, tra mente e corpo, tra materia e spirito, tra anima e corpo. Non c’è un al di là sacro contrapposto ad un al di qua profano; non c’è uno spirito sacro contrapposto ad un corpo profano;
Piuttosto che parlare di spiritualità, nel caso del buddhismo, preferirei parlare di corporalità sacra. Senza corpo non c’è alcuna esperienza né sacra né profana. O siamo svegli qui e ora o non lo siamo. Per il buddhismo, il “regno dei cieli” è qui e ora o non è mai. In realtà non si tratta di ottenere qualcosa o di diventare qualcos’altro, non si tratta di de-materializzarsi, di “spiritualizzarsi” o trasformarsi in “spirito”, né di raggiungere un qualche paradiso in un al di là più o meno lontano nello spazio o nel tempo, non si tratta neanche di diventare un super Buddha o un Superman spirituale, ma di riscoprire la natura sacra che è già in noi, la natura sacra del nostro corpo e della nostra mente, la natura sacra della vita.»

In una società che tende sempre più a creare scissioni di ogni genere, chiudendosi in sé stessa, secondo lei è possibile costruire un’armonia tra Occidente e Oriente? Quanto l’uno può offrire all’altro in termini culturali, ma ancor di più umani?
«L’innegabile fascino e raffinatezza del pensiero filosofico e religioso orientale rappresenta una enorme ricchezza per noi occidentali, non solo un patrimonio da preservare, ma una fonte di sapienza dalla quale attingere ed integrare nella nostra cultura. I benefici di questa possibile ed auspicabile integrazione ricadrebbero sia a livello individuale che a livello sociale.
D’altra parte, la cultura orientale non ha conosciuto la democrazia greca, il diritto romano, il rinascimento italiano, l’illuminismo, le lotte per i diritti sociali, le ribellioni giovanili del ’68, non sarebbe né possibile né auspicabile importare i modelli culturali e sociali dell’oriente e trapiantarli in occidente così come sono. La cultura occidentale, dal canto suo, basata su un mix di ideologia capitalista, di ideologia religiosa cristiana e di ideologia della scienza, ha finito per motivi diversi per convergere su una comune, progressiva e totale desacralizzazione del mondo, della natura e degli esseri viventi.
Per il sistema economico capitalista il corpo umano, le piante, gli animali, la terra, l’acqua, perfino il DNA, desacralizzati, possono diventare merce ed essere comprati, venduti, posseduti, noleggiati e sfruttati; Per la scienza la materia inerte e quella vivente, desacralizzata, può essere studiata, vivisezionata, ridotta ad oggetto di sperimentazione, misurazione e manipolazione;
Per la religione cristiana la desacralizzazione del mondo, del corpo e della materia permette di preservare il sacro, riversandolo tutto in un aldilà ed in una eternità sacre, contrapposte alla materia e al tempo profano, alla storia profana del mondo e degli umani.
Desacralizzare il mondo e la vita stessa crea però le precondizioni per sfruttare senza limiti e distruggere la vita su questo pianeta, porta la specie umana sempre più vicina alla sua stessa estinzione. Credo seriamente che il buddhismo possa essere un antidoto efficace, o quantomeno contribuire, a tutto questo, con la sua visione ecologica e sacra del mondo, con la sua consapevolezza dell’interdipendenza di tutto il vivente, di tutto il sistema.
Ciò che è auspicabile nel prossimo futuro è una vera integrazione dei due sistemi, quello occidentale e quello orientale, prendendo il meglio dei due ed abbandonando tutto ciò che non funziona o che può essere dannoso per l’uomo, per la terra, per la natura e per tutti i viventi. È necessario sviluppare una nuova cultura dell’empatia, una intelligenza empatica che ci permetta di sentire che la sofferenza dell’altro è anche la nostra, che ci permetta di comprendere scientificamente, empiricamente e pragmaticamente, che danneggiare chiunque, inquinare l’aria o l’acqua, distruggere qualcosa, pure in una qualsiasi parte remota del mondo, ha effetti negativi anche su di noi. La terra non sa nulla di cartine geografiche, confini e nazioni. Avvelenare le acque, il terreno o l’aria anche solo in un punto circoscritto significa spargere e diffondere veleno in tutto il sistema.
Non è possibile modificare geneticamente un essere vivente, pianta o animale, reinserirlo nell’ambiente, senza avere come conseguenza una catena di cambiamenti ambientali, o persino di mutazioni nel DNA in altri esseri viventi.
Ciò di cui abbiamo realmente bisogno in maniera sempre più urgente è una rivoluzione delle coscienze, una nuova consapevolezza della interdipendenza e della sacralità della vita. Ciò di cui abbiamo bisogno è ri-sacralizzare il mondo, comprendere che ogni cosa è interdipendente, capire che viviamo in una rete di interdipendenza e di interconnessione globale.»

Se dovesse lasciare un messaggio a chi sta cominciando tale cammino, quale sarebbe?
«Per chi inizia questo cammino avrei dei consigli da dare:
Innanzitutto andate piano, prendetevi il vostro tempo, leggete, guardatevi intorno, informatevi. Non gettatevi a capofitto sul primo centro, sul primo insegnante o sulla prima pratica che incontrate. È una scelta importante che probabilmente influirà sulla vostra vita e sul vostro futuro.
Non esitate a chiamare l’Unione Buddhista Italiana per avere informazioni sui centri nella vostra zona. Se ci sono più tradizioni cercate di visitare tutti i centri e di conoscere gli insegnanti ed i praticanti delle varie tradizioni.
Andate, fate l’esperienza, prendete informazioni tra i praticanti e se avete dubbi chiedete direttamente agli insegnanti. Non fatevi affascinare dall’esotismo o dagli occhi a mandorla, guardate alla sostanza, valutate l’insegnante, quello che dice, il suo comportamento, l’atmosfera che si respira in quel centro. Non abbiate paura di essere critici in questa fase. Affidatevi al vostro buon senso ed alle vostre sensazioni. Valutate tutto attentamente, prendete il vostro tempo e decidete con calma.
Se sentite che qualcosa non va, se l’insegnamento o la pratica non fanno per voi o non vi fanno bene, se sentite disarmonia o incongruenza tra quello che si insegna ed il comportamento di insegnanti ed allievi, allora è meglio allontanarvi e continuare la ricerca altrove.
Se invece sentite che fa per voi, che la pratica vi fa bene, che l’insegnamento vi risuona dentro, se sentite affinità ed armonia con l’insegnante e con tutto il gruppo, allora vale la pena provare e se vi trovate bene restate. Potete a questo punto sospendere il giudizio critico ed abbandonarvi con fiducia alla pratica.
Evitate di provare a fare o ottenere tutto subito, non è una gara di velocità e non è una competizione con gli altri, è un percorso da fare lentamente, nel proprio intimo, rispettando i propri tempi ed i limiti del proprio corpo e della propria mente.
Cercate di stabilire subito un rapporto limpido e sano soprattutto con l’insegnante, ma anche con gli altri praticanti. Ricordate: il rispetto deve essere sempre reciproco.
Evitate di considerare l’insegnante come un “dio”, un “santo”, un “santone”, o una sorta di supereroe con superpoteri spirituali. L’insegnante è sempre semplicemente un uomo o una donna, con pregi e difetti come ogni altro, ma con più esperienza di voi.
Un buon insegnante è una buona guida, qualcuno che ha una buona esperienza di ciò che insegna ed una buona capacità di comunicare, possibilmente nella lingua dei suoi allievi.
Un buon insegnante può essere considerato anche un buon “amico spirituale”, ma è fondamentale che la relazione resti sana, non conflittuale e non ambigua. Può anche accadere che tra allievi ed insegnanti vi siano implicazioni sentimentali o sessuali, ma in questo caso è bene prendere una decisione chiara: o si prosegue la relazione insegnante-allievo, oppure si diventa amanti. Non è possibile e non è sano essere entrambe le cose.
Infine, abbiate fiducia in voi stessi, nella vostra natura profonda. Affrontate tutto il percorso con leggerezza, gentilezza ed autoironia. Restate con l’atteggiamento del principiante o del bambino che posa lo sguardo su qualcosa per la prima volta. Non aggrappatevi a nulla, non fissatevi su nulla. Siate aperti e sensibili, soprattutto siate liberi.»

Per informazioni su corsi, conferenze, seminari o eventi legati agli argomenti trattati nel libro, al Buddhismo ed alla meditazione:
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