Intervista al maestro Alfredo Troise

Alfredo Troise, lo incontriamo a casa sua, dove, nella camera, ha allestito il suo laboratorio di produzione artistica. Il maestro è una persona semplice ma soprattutto molto diretta, non ama le mezze parole, le frasi lasciate a metà, e da vero napoletano affronta la vita a muso duro. L’artista purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista, è affetto dalla sindrome di Tourette che lo porta ad usare il turpiloquio come intercalare nelle sue conversazioni. Alfredo ci dice che ha fatto della sindrome il suo punto di forza nel senso che è stato proprio questo disagio a renderlo un uomo per niente arrendevole che lotta ogni giorno, affrontando tutte le prove che la vita gli mette davanti. Se pensiamo ai geni dell’arte, della letteratura, della filosofia, ma anche della matematica e della fisica, e di tutte le branche specialistiche del sapere, subito rileviamo dei punti comuni, dei tratti geniali che a volte diventano, tuttavia, patologici. E’ come se la genialità sfociasse nel patologico, proprio perché l’essere straordinariamente intelligente e sensibile portasse inevitabilmente alla diversità, sia essa intellettiva o afferente alla sfera della sensibilità stessa. Alfredo è un giovane pittore napoletano, ha 38 anni e non appartiene ad una scuola pittorica particolare, in quanto lui si definisce uno spirito libero, che non si lascia classificare o etichettare. Ma ora dedichiamoci all’intervista dell’artista:

Alfredo ci può dire qualcosa del suo stile pittorico?

«Certo, io sono da sempre appassionato all’arte, anche se la pratico con costanza da circa un ventennio. Non possiedo una tecnica particolarmente sviluppata, perché non ho ultimato gli studi in campo artistico; comunque sia, la mia è una pittura primordiale, onirica, surreale, visionaria. Attualmente, però, sto frequentando un corso di pittura per migliorare le mie opere, e per renderle quanto mai più vicine al ‘600, secolo artistico nel quale io mi ci rivedo in toto. Tuttavia, continua il maestro, io non mi lascio incasellare in una classificazione ben precisa, perché come nella mia vita, io non amo le etichette, gli ordini impartiti, sono uno spirito libero. Ciò nonostante il corso che sto seguendo è legato a figure artistiche di un certo calibro come Goya, Caravaggio e Salvator Rosa e in genere i visionari del ‘600».

 Lei ha realizzato un’opera di recente, ce ne vuole parlare?

«Si, di recente ho realizzato un olio su tela, nella fattispecie è un quadro che ho battezzato con il seguente nome: “Molteplici pregiudizi della società nei confronti dei diversi”. E’ un’opera autobiografica che riflette il pregiudizio degli altri nei confronti di tutti coloro che vivono una condizione di diversità, sia essa di natura patologica o semplicemente caratteriale. L’elemento che contraddistingue questo quadro sono gli occhi del pregiudizio che scrutano, quasi atterriti l’uomo che si copre il volto perché non vuole che questi (gli occhi) sentenzino sul suo stato di particolare sofferenza e disagio. Io, purtroppo, sono affetto dalla sindrome di Tourette che mi porta ad usare il turpiloquio come intercalare nel mio interloquire con gli altri. Dico purtroppo anche se per me la sindrome è stata un motivo per diventare ancora più forte, ancora più reattivo di fronte all’indifferenza delle persone per tutti coloro che vivono in particolari stati di sofferenza o tribolazione. Nonostante questa mia forza, tuttavia ancora oggi mi lascio condizionare dall’occhio del pregiudizio, che mi osserva instancabile e l’arte è divenuta per me una valvola di sfogo che mi consente di canalizzare le frustrazioni derivanti da questa condizione in cui verso da anni».

Quindi lei attribuisce all’arte un ruolo importante per veicolare se stessi?

«Esatto!! L’arte in tutte le sue branche è capace di mettere a nudo la personalità di chi la produce, un’opera non può mentire, è come un libro aperto. È trasparente e reca sempre con sé un messaggio di verità; l’opera d’arte consente di rompere le barriere del pregiudizio. E poi chi stabilisce i criteri di normalità rispetto a quelli di anormalità? Siamo di fronte ad un concetto soggettivo. La mia normalità può essere diversità per lei e viceversa la sua diversità ha per me connotati di normalità.

Maestro ci consenta un’ultima domanda sulla sua produzione artistica, vuole dirci altro in merito alle altre opere?

«Certo, allora l’intera produzione artistica da me curata riflette il concetto della diversità, io amo definirmi l’artista del disagio, della sofferenza, tuttavia lo ribadisco, senza cadere in una classificazione rigida: certamente i miei non sono quadri da esporre in salotto al fine di abbellire la casa, i miei invece sono quadri che inducono alla riflessione, destando una certa impressione. Nelle mie opere io denuncio la superficialità del pregiudizio, la sua dannosa azione che mortifica il genio e le sue sregolatezze».

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