La metropoli calcio.

Si tratta dello sport più amato che miete campioni e vittime, una moneta con una faccia dorata e l'altra ambigua.

Veramente un mondo pazzo quello del pallone, meravigliosa metafora delle cose di vita nella quale non si sa se giova alla crescita dell’atleta un comportamento all’insegna dell’umiltà oppure un’atteggiamento che rasenta la sfrontatezza. La domanda di “lubranica” memoria nasce spontanea ed a maggior ragione quando si parla di un mondo dorato qual’è quello calcistico con i suoi eccessi legati all’enorme giro di danaro, che pur essendo proverbialmente “vile” non finisce mai di sedurre anche i probi, gli onesti e i fedeli. Tutti abbondantemente sistemati, coloro che sono riusciti ad entrare nel grande “circus calcistico”, compresi i due grandi calciatori che prenderemo ad esempio e che porteranno metaforicamente la bandiera dell’umile e dello sfrontato nel nostro semplice giochino e senza dover etichettare ne l’uno ne l’altro come modelli di personalità negative consegneremo il vessillo del primo ad un campione del recente passato, Gianfranco Zola, ed il vessillo del secondo ad un calciatore ormai prossimo all’abbandono dei campi di calcio, Zlatan Ibrahimovic. Entrambi bravissimi ma con personalità completamente opposte, hanno ottenuto grandi riconoscimenti sul piano italiano ed internazionale ma mentre il tamburino sardo si è fatto amare dovunque sia stato, tanto per le sue eccezionali doti tecniche che per la dolcezza caratteriale l’asso svedese si è fatto apprezzare per le giocate meravigliose e per l’indole vincente. Zola ha ottenuto riconoscimenti incredibili in Inghilterra, di solito poco generosa con gli italiani, dove è stato insignito dell’onorificenza di “Ufficiale dell’ordine Britannico”, per meriti sportivi da calciatore del Chelsea, Ibrahimovic si è fatto largo grazie ad una eccezionale esuberanza che lo hanno portato a vincere consecutivamente nove campionati nazionali, in tutti i club che hanno avuto la fortuna di poterlo schierare. I due nomi presi in esame ci fanno rendere conto che per diventare stelle di prima grandezza nel calcio non è necessario avere l’uno o l’altro carattere peculiare ma, serve avere voglia di emergere e di sacrificarsi; perchè i due campioni summenzionati hanno in comune il sudore buttato sui campi duri e dimenticati dagli dei, i numerosi no sbattutigli sul viso da chi delirava che fossero troppo bassi o troppo alti e la fortuna di chi passa incolume sui campi minati degli opportunisti e sfruttatori che si aggirano nei sobborghi di questa metropoli chiamata “calcio” che possono portare al centro, là, dove c’è la fama e la gloria ma anche far perdere la bussola e saltare in aria insieme al proprio delirio di onnipotenza o al più remissivo dei comportamenti.

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