Un canto per il Re di Antonello Marzochella

Per l’uomo occidentale il Buddhismo sembra quasi essere un’oasi nel deserto. Ma questa spasmodica ricerca al benessere rischia di creare spesso e volentieri grande confusione nell’approccio alle molteplici discipline orientali.

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Antonello Marzocchella insegnante di Dharma e Meditazione nell’ambito della tradizione buddhista Mahamudra-Dzogchen di origine tibetana, ci racconta della sua esperienza non solo spirituale, ma anche come acuto e appassionato osservatore della realtà della mente a 360°. Autore soprattutto del libro “Un Canto per il Re”. Ecco di cosa parliamo…

Da pochi mesi è uscito il suo libro ” Un Canto per il Re” un canto di realizzazione sulla natura della mente della tradizione Mahamudra. Di cosa tratta?

Questo libro è la traduzione ed il commento ad un canto spirituale, un canto di realizzazione che appartiene ad una antichissima e bellissima tradizione di canti improvvisati in stati contemplativi e meditativi profondi. Potremmo paragonarla in qualche modo all’improvvisazione nel jazz o nella musica rap, soltanto che il tema di queste improvvisazioni è lo stato non duale della mente, l’esperienza sacra al di là dell’ego, che viene indicata e mostrata attraverso un linguaggio simbolico e metaforico. Mahamudra vuole dire infatti grande sigillo o grande simbolo in sanscrito e si riferisce a particolari insegnamenti sulla natura incondizionata della mente. L’autore di questo particolare canto è il Mahasiddha Saraha, un grande realizzato vissuto in India probabilmente tra il 700 ed il 900. Saraha nasce in una famiglia di bramini. Induista e di casta alta, infrange le regole e la morale del suo tempo sposando una donna di casta bassa e convertendosi al buddhismo. La moglie è una artigiana che costruisce frecce. Quando Saraha la incontra per la prima volta rimane affascinato dal modo in cui lavora ogni singola freccia e dopo averla osservata attentamente le dice: “tu non costruisci frecce, tu costruisci simboli”. Saraha comprende la natura spirituale della donna e del suo lavoro, la freccia come simbolo dell’unità e del superamento della dualità. Da questo deriva il suo nome: Saraha o Sarahapa che vuole dire colui che ha scoccato la freccia. Saraha canta la bellezza e la purezza incontaminata dello stato naturale della mente che non può essere sporcato in alcun modo dal fango del mondo.

Per visionare l’intervista clicca QUI.

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